La “Cancel culture” come metodo di contenimento

La “Cancel culture” esiste?

Nei giorni in cui scrivo questo testo esce in edicola un numero di «Internazionale» contenente un intervento a fumetti di Zerocalcare, dal titolo La dittatura immaginaria, che ufficializza a sinistra il dibattito sulla “Cancel culture” finora svoltosi in rete o via social. Il punto di vista di Zerocalcare trova forma nelle due parti in cui è divisa la storia: nella prima si contesta lʼesistenza di una “Cancel culture” così come intesa da destra (la “dittatura del politicamente corretto”), nella seconda si prendono le distanze da alcuni aspetti di intransigenza moralistica, tipici della tradizione anglosassone e americana, che accompagnano le più recenti campagne in difesa dei diritti civili e per la parità di genere. Da questo momento della discussione provo a sviluppare alcuni appunti di pensiero, necessariamente provvisori e incongrui, convinto che la difficoltà nel trattare il tema in maniera organica consista sostanzialmente nella non stabilità dei significati che affidiamo alla definizione stessa di “Cancel culture”.

Dichiaro subito il mio punto di vista: non esiste una “Cancel culture” come forza omogenea né tantomeno eterodiretta, ma esistono fenomeni e processi di diversa natura, tutti direttamente connessi allʼuso delle nuove tecnologie, i quali convergono, si sovrappongono o si intrecciano in nodi difficilmente districabili. Parlerei quindi di “Cancel” come di un ambiente storico – una cultura in senso antropologico – la cui caratteristica è la possibilità stessa di formazione di tali nodi, simili nella composizione degli elementi ma difformi nella rispettiva gradazione.

Indico in questo intervento tre elementi: la brandizzazione della politica, la binarizzazione del pensiero e il più lento movimento di atomizzazione sociale giunto ormai alla sua fase parossistica di “lockdown interiorizzato”. Nessun complotto o disegno coerente dunque (la dittatura immaginaria di cui parla Zerocalcare) ma in origine un succedersi automatico di effetti e occasionali strumentalizzazioni. Ciò non toglie che tali effetti (e tali strumentalizzazioni) possano essere interrogati, possibilmente da una prospettiva esterna al manicheismo del dibattito pubblico in corso.

La brandizzazione della politica

Nato come hashtag spontaneo su twitter utilizzato in origine dalla comunità afroamericana per boicottare artisti o produttori accusati di discriminazioni razziali, il verbo to cancel – sinonimo di to ban – successivamente applicato ad una serie di ulteriori sistemi di informazioni e categorie digitali (dal movimento metoo alle reti online connesse allʼLgbt) ha automaticamente subìto uno slittamento dal campo della protesta a quello dello shitstorming aziendale, nella misura in cui la comunicazione politica hyperlinkata al marketing ha mostrato tutta la sua efficacia quale funzione integrante del sistema algoritmico dei big data.

Il più recente caso relativo alla biografia di Philip Roth, mandata al macero in America nei giorni del suo lancio è esemplare. La brandizzazione della politica e la sua istantanea strumentalizzazione da parte della comunicazione aziendale sono, negli USA, due livelli talmente sovrapposti e simultanei da rendere ormai impossibile la decifrazione del confine tra una campagna di opinione reale e una manovra originata in un contesto di war marketing. In entrambi i casi – che nasca prima la campagna di opinione e a seguire il movimento di mercato o viceversa – ad essere neutralizzato è ogni discorso politico non compatibile con la piattaforma che ne determina il successo mediale.

Torno sullʼesempio del “Black lives matter” perché ci permette di visualizzare in maniera efficace il movimento di cui parlo. La sorprendente insorgenza del “BLM” ha evidentemente perso – di tweet in retweet – la sua connotazione socialista originaria, scivolando dalla questione sociale che ne attivava gli scontri – la lotta alla povertà e per il sussidio universale – a quella del diritto civile socialmente neutro, brand più facilmente appropriabile dal mercato culturale americano, dallo star system e dalla campagna elettorale del Democratic Party. Questo scivolamento (questo cambiamento di segno) è una traduzione automatica di compatibilità che avviene nel medium stesso.

Nel medium avviene però anche altro, e cioè la separazione – tramite visibilità algoritmica – tra categorie virtuali identificative. Ogni lotta perde così, assieme al suo discorso politico, la sua natura dialettica, vale a dire la capacità di attraversare e di essere attraversata da altri campi, e si contestualizza all’interno di una specifica “bolla” di interesse (di utenza), in una catalogazione separatrice che incoraggia la divergenza bipolare, dove un tempo la politica era piuttosto il regno della sintesi e della reciproca contaminazione. La politica brandizzata non è più un discorso in cui immettersi attivamente (lʼimmaginario della “grande famiglia”, dalle comuni allo squatt) ma una campagna statica rivolta ad una specifica utenza, a cui è possibile solo o aderire o non farlo, sulla base di un discorso mediale che sostituisce il precedente. E il “Black lives matter” integrato da Hollywood e dal Democratic Party non potrà più essere la scintilla della rivolta sociale a cui anelava.

La società binaria

Ne Lo scambio simbolico e la morte Jean Baudrillard aveva già analizzato i presupposti della logica binaria che avrebbe, a suo avviso, governato la società derealizzata dalla comunicazione digitale. Nel paragrafo “Il tattile e il digitale” scrive: «La digitalità è tra di noi. È essa che assilla tutti i messaggi, tutti i segni delle nostre società, poiché la forma più concreta sotto la quale la si può ritrovare è quella del test, della domanda/risposta, dello stimolo/risposta. Tutti i contenuti sono neutralizzati da una procedura continua dʼinterrogazioni dirette, di verdetti, di ultimatum da decodificare […]. Lʼirruzione dello schema binario domanda/risposta ha una portata incalcolabile: essa disarticola ogni discorso». Quella che Baudrillard definisce «metafisica del codice» è il software della nostra epoca, o della frazione storica che percepiamo come tale.

Non importa la natura di un argomento. Ogni questione si presenta come una interrogazione referendaria diretta, fondata sulla emotività della comunicazione virale. A questa offerta monolitica di “adesione” si può rispondere solo o con un “sì” o con un “no”. Ogni argomento principale si dirama successivamente in ulteriori bivi, aut aut secondari che formano le sottocategorie dellʼidentità. Ma ogni bivio implica la percezione di una distanza, di una perdita di empatia. In uno stato di esaltazione binaria lʼaltro appare ai nostri occhi come un puro negativo, un opposto metafisico umanamente indegno di considerazione.

Quanto sta accadendo nellʼuniverso del femminismo europeo è emblematico. Un lungo percorso di liberazione dalle sovrascritture culturali del genere biologico hackerato in una manciata di anni da un software di settarizzazione che organizza e divide genere da genere, sottogenere da sottogenere, in una atomizzazione delle identità connesse alla propria specificità biologica o chirurgica sempre più tecnicamente dettagliata. Dove si sarebbe dovuto svolgere il passo successivo e cioè la trasformazione del femminismo novecentesco in un grande movimento di liberazione di ogni creatura umana dalla sovrascrittura dei ruoli tramandati, in direzione di una comunità no-gender della vita, avviene invece un processo inverso di atomizzazione dellʼunità in categorie virtuali sempre più distanti.

La perdita dellʼempatia nella App-Generation è già stata studiata, così come la formazione automatica di quelle bolle sociali che Cass Sunstein definisce «silos» o «zone di riverbero intellettuale» dove la velocità e la concisione dei media avviluppano la percezione incoraggiando un clima di sospetto reciproco che cristallizza ogni divergenza. Christie Wampole ha parlato di «svolta ironica» quale estetica dei nostri anni. Non ci si riferisce solo alla “trollabilità” di ogni discorso esterno (gli “Ok boomer” che hanno accompagnato le ultime riflessioni di Giorgio Agamben, per fare un esempio a noi vicino), ma più precisamente di indisponibilità allo sviluppo del proprio. Non può esistere pensiero che non sia una relazione con il dubbio offerto dal mondo esterno, essendo proprio questa relazione – questo movimento tra esterno e interno – a ossidare lo standard rendendo lʼoggetto pensato una variazione del tema e non una “adesione” a un tema predeterminato. Neutralizzato il dubbio con una emoticon, sotto la luce obitoriale del proprio telefono, ad essere cancellato non è il nostro interlocutore assunto come emblema del negativo (io sono 1 in quanto il mio negativo è 0) ma il nostro pensiero.

Il peccato irredimibile

Cercando documenti in rete su Ezra Pound è facile imbattersi in due testimonianze che paiono provenire da unʼaltra umanità. La prima è una foto che ritrae il poeta Allen Ginsberg a Portofino, nel 1967, in compagnia di Fernanda Pivano e del poeta statunitense esule in Italia sin dagli anni della sua adesione al fascismo. In più occasioni Ginsberg definirà i Cantos di Pound non solo come un modello poetico e stilistico ma come il manifesto implicitamente politico di unʼintera generazione, dalla Beat degli anni Cinquanta alla contestazione del ʼ68, inno alla libertà e alla metamorfosi del mondo.

La seconda testimonianza è unʼintervista video di Pasolini, del 1968, in cui il poeta friulano dedica a Ezra Pound i versi che Pound stesso aveva immaginato di dedicare, molti anni prima, a Walt Whitman: «Stringo un patto con te, Walt Whitman: / ti ho detestato ormai per troppo tempo./ Vengo a te come un figlio cresciuto / che ha avuto un padre dalla testa dura; / ora sono abbastanza grande per fare amicizia. / Fosti tu ad abbattere il nuovo legno, / ora è tempo d’intagliarlo. / Abbiamo un solo fusto e una sola radice: / ristabiliamo commercio tra noi.».

Due poeti militanti, omosessuali e comunisti, nati entrambi negli anni venti del Novecento, con una memoria dunque diretta del conflitto mondiale e della lotta al fascismo, che eleggono il poeta della generazione precedente più esplicitamente schieratosi in difesa del regime di Benito Mussolini a loro padre. Ciò poteva accadere non solamente in virtù dellʼeccezionalità poetica dellʼopera di Ezra Pound e della natura più esotica che integrata della sua adesione al fascismo ma anche – o meglio dire soprattutto – sulla base di un principio che oggi pare essere stato completamente disattivato: la redimibilità dei singoli eventi all’interno del movimento integrale della vita.

In unʼepoca di screenshot che cristallizzano la macchia, lʼerrore o il reato sostitutivo del peccato in un eterno presente irredimibile, la vita stessa di un uomo può ridursi ad uno status, ad un tweet di poche parole, ad una bio sommaria su cui pronunciarsi con un “sì” o con un “no” in virtù delle informazioni veicolate dalla domanda stessa.

Nel film Il cattivo tenente di Abel Ferrara, il valore finale è quello di una redenzione possibile in qualsiasi esperienza umana, la quale è valutabile integralmente solo nella sua durata narrativa e – possibilmente – attraverso lʼesercizio dellʼimmedesimazione. Nel fenomeno che chiamiamo “Cancel culture” ad essere rimossi sono entrambi i valori: tanto quello della durata quanto quello della redimibilità degli eventi.

La questione del male

Il 3 settembre 2020 Ivan Carozzi ha pubblicato in rete un articolo dal titolo “È giusto rimuovere lʼopera dʼarte di un assassino?”. Lʼesempio di Carozzi è estremo e riguarda il caso del fotografo inglese Saul Fletcher, la cui installazione fotografica all’interno della mostra Untitled 2020 in corso a Venezia era stata appena rimossa a seguito del suo arresto per uxoricidio. Si tratta di un caso limite, soprattutto per il fastidio fisiologico che comporta relazionarsi con un fatto di cronaca nera recente. Lʼarticolo è però utile a porci una domanda e a farlo senza compromessi, cioè posizionandoci nel punto più estremo e meno comodo della discussione: lʼarte ha una funzione pedagogica o ha una funzione conoscitiva? Confina con la filosofia o con lʼeducazione civica?

La mia risposta è netta. Dubito fortemente che il valore di unʼopera risieda necessariamente nel messaggio esplicito o in quello implicito costituito dalla biografia del suo autore (o dalla sua fedina penale). Possono anche darsi opere-reperto, tracce fossili di un inconscio storico, o percorsi di attraversamento, per cui ci è indifferente la natura morale o culturale dellʼesploratore. I segni estetici non sono solo o una contestazione o una bandiera di una determinata civiltà ma sono sempre unʼoccasione di conoscenza. Lʼestetica è un campo in cui la specie umana conosce se stessa e le sue scissioni precedenti o in atto (e così le future; nella misura in cui senza conoscerle potranno ripetersi). Ma per questa azione di autocoscienza è necessario che anche i traumi siano assunti come parte integrante del proprio bagaglio culturale.

Al di là dei vernissage e del narcisismo della società mondana credo che lʼarte abbia una funzione di osservazione delle luci e delle ombre di un inconscio storico, e tanto lʼarte iniziatica (quella che prevede cioè un percorso di superamento di un ciclo) così come la sua ombra, le visioni nere o i fossili di quel ciclo, partecipano allo stesso processo. Ad esempio Olympia di Leni Riefenstahl, nato come cinema di propaganda nazista, difficilmente oggi può essere inteso come tale e ciò che ci interessa del film, oltre ovviamente alla maestria e al genio della regista, è proprio il suo contrario: lo studio sulle muscolature e sui movimenti degli atleti africani pare mettere in crisi la stessa propaganda per cui nasce o in ogni caso ci mostra il paradosso crudele di quella specifica scissione storica. Ma Leni Riefenstahl oggi non è la persona biografica degli anni trenta, la fedelissima di Adolph Hitler che sorrideva durante le riprese dellʼinvasione della Polonia, ma è il nome attraverso cui cataloghiamo questi video-documenti che contengono molto più delle loro intenzioni. La campagna di moralizzazione degli studi estetici e letterari che soffia dagli States ha lo stesso segno, su scala di massa, che in psicanalisi su scala individuale ha la rimozione. Cioè un segno di autodifesa che però, sul lungo termine, è nocivo.

La “Cancel culture” come metodo di contenimento

Vorrei chiudere con una riflessione più intuitiva che dimostrabile, tornando al tema che mi pare tra tutti il più dirompente, e cioè quello della perdita dellʼempatia nella società digitale. In ogni videocall viviamo lʼepifania dellʼepoca. Quando il mio interlocutore pare guardarmi negli occhi, egli in realtà sta fissando la propria webcam al fine di creare un effetto performativo. Quando sta cercando realmente di guardarmi ho invece lʼimpressione che sia concentrato altrove. In ogni caso guardarsi negli occhi è tecnicamente impossibile.

Sono anni di separazione. Quel moto di rimescolamento delle identità culturali che fu il sentimento politico dei primi anni Duemila (la postmodernità dei Social forum e il sogno naive del Villaggio globale, lʼassembramento tribale di un popolo incongruo ma desideroso di sciogliersi nel fiume di una nuova storia) si è arenato nel ghiaccio come lʼEast river durante il grande incendio di Manhattan del 16 dicembre 1835. Dove fino a pochi anni fa il movimento più istintivo e fisiologico che programmatico era quello di coagularsi attorno a poche parole in comune (lʼimmaginario del falò della tribù nomade) agisce adesso in noi un istinto di repulsione alla minima divergenza. Si tratta di un paradigma sostanzialmente attiguo al fenomeno delle bolle social. La realtà si modella attorno ai suoi strumenti di comunicazione. Si vive bene solo nella propria bolla. Aut fan aut hater, tertium non datur. Lo stesso teppismo del trolling, nella sua natura esasperata e irreale, il commento sprezzante che taglia con lʼaccetta un discorso complesso, che deride o irride il contesto in cui si immette, è un rafforzativo della bolla. Serve un hater da bannare per confermare lʼidentità della bolla e ristabilire la pace nella separazione. Il serpente si morde la coda perché è proprio in questa stessa separazione che crescerà il divario tra le parti in un clima di sospetto reciproco le cui varianti passano dallʼindifferenza allʼodio. Unʼintera cultura fondata su celle attigue e non comunicanti la cui coesistenza pacifica può essere cioè garantita solo dallʼassenza di contatto. In una civiltà ancora parzialmente reale lʼassenza di contatto si traduce nella necessità di eliminare dal confronto pubblico ogni argomento sensibile in grado di interrompere quel clima di indifferenza reciproca che stabilisce il quieto vivere della società dissolta.

Nel nostro eurocentrismo è forse facile pensare che tutto ciò riguardi esclusivamente una bipolarità, altrettanto facilmente confermabile, tra beceri razzisti o omofobi e progressisti modello. Ma la storia in corso è tragicamente più complessa delle nostre abitudini al pensiero condominiale, come dimostrano le immagini di questi giorni che provengono da Gaza. Il fenomeno stesso delle migrazioni condurrà inevitabilmente alla compresenza di punti di vista estremamente distanti a partire dagli stessi temi del diritto civile, per tacere di quelli relativi alla laicità, alla libertà di culto e alla libertà di dissacrazione. Questa complessità della storia è il contesto in cui collocherei, cambiando radicalmente prospettiva, lʼintero fenomeno che chiamiamo approssimativamente “Cancel culture”. Una struttura politica fondata su un numero crescente di bolle non comunicanti può tenersi solo mantenendo il silenzio sui temi potenzialmente conflittuali. Ipercatalogate solitudini potenzialmente in conflitto con tutto ciò che le circonda e il cui rapporto con il potere avviene direttamente in una forma di contrattazione isolata che ricorda il funzionamento delle campagne elettorali americane, dove il partito favorito è quello che ha innanzitutto vinto la campagna acquisti delle singole frazioni separate in lobby. Non formeranno mai una comunità, mai si scioglieranno nel dialogo della metamorfosi, nel fiume della storia dove i singoli flussi si attraversano contaminando sensibilità e conoscenze. Varianti umane ordinate per genere, dalle necessità sempre più distanti. La “Cancel culture” è, da questo punto di vista, il metodo più pacifico di contenimento ideabile per il mantenimento dellʼordine. Questo metodo di contenimento si regge però su un presupposto, o su un abbaglio: la digitalizzazione fatale della realtà. La destra razzista e xenofoba, con il suo solito vittimismo ipocrita reclamante il diritto di discriminare, si colloca evidentemente tra le premesse del problema. Ma una sinistra integrata alla bolla dellʼirrealtà (lʼideologia della separazione che divide conflitto da conflitto a partire dalla prima scissione originaria tra questione civile e sociale) cosa fa di tanto diverso se non rimandare la sua esplosione? Andrebbe piuttosto sviluppato un discorso in grado di capovolgere lʼintera percezione del presente. Dove la destra reclama il diritto di contatto al fine di offendere e ferire, la sinistra, dal canto suo, si limita a garantire la pacifica coesistenza delle separazioni. In entrambi i casi nessuna voce si alza per pronunciare un sogno integrale di liberazione.


Note:
– Nel paragrafo Brandizzazione della politica ho preso spunto da alcune riflessioni espresse via social dalla traduttrice Federica Aceto in occasione di una discussione sul caso della biografia di Philip Roth. Il commento che ha stimolato la mia riflessione si chiudeva con questo appunto: “È di questo che si tratta quando si parla di cancel culture in America e in Uk (qui da noi davvero non esiste o è forse appena nata e destinata a morire in culla): privati che per paura e per interesse economico prevengono eventuali critiche o shitstorm fregandosene dello stato di diritto. È di questo che si parla: del capitalismo che ha usurpato le lotte sociali storiche della sinistra, le ha brandizzate e le usa come arma di difesa per lavarsi la reputazione e per fare soldi.”.
– Nel paragrafo La società binaria le citazioni di Cass Sunstein e Christie Wampole sono tratte dal libro Generazione App di Howard Gardner e Katie Davis, uscito in Italia per Feltrinelli nel 2014.
– Immagine di copertina: frame da Ermes Daliv, Uno (Trittico), 2015.

2 commenti

  1. Eh. Ti odio. Ti odio perché sono brillo, faccio una gran fatica a leggere ma mi è stato impossibile non leggermi tutto perché trovare qualcuno che desse una bella forma tonda e rotonda a certe idee che mi passano per la testa ha dell’impagabile. Leggendoti ero talmente in sintonia che quando hai citato la Riefenstahl avevo pensato a lei già da un minuto o due (leggo lento, oggi). Un solo appunto (visto l’articolo quasi perfetto chè la perfezione non esiste e blablabla): tutto quello di scrivi sulla cancel colture è riferibile a internet ma la tratti come se esistesse solo internet. Mi sarebbe piaciuto un distinguo dal resto della realtà, visto il dispiego di punti di prospettiva che sei riuscito a mettere in campo… e te lo scrivo perché mi hai conquistato e inizierò a seguire (e a scavare) nel tuo blog 🙂 PS dimenticavo: sto al piano terra in Bolognina, vivo la strada, e la cancel colture è anche altro, te l’assicuro (una cosa molto più stupida e molto più stigmatizzabile)

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